mercoledì 21 settembre 2016

Tullio Cianetti
 il fascista di sinistra che faceva
 bastonare gli agrari

La Vulgata storiografica democratica ci ha tramandato l'immagine del fascismo come di un blocco monolitico, intimamente reazionario e nemico delle classi lavoratrici; di un fascismo al servizio delle classi dirigenti, in funzione antisocialista e antiproletaria; insomma, di un fascismo che tutto quanto, senza sfumature e senza distinguo, avrebbe svolto il ruolo di una compagnia di ventura al servizio degli agrari e degli industriali, esattamente come facevano i soldati mercenari del Rinascimento al servizio dei Signori.
Eppure ci sono molte, troppe cose che non quadrano, in questa ricostruzione dei fatti; troppe tessere del mosaico che non si riesce a collocare al posto giusto; troppe discrepanze e troppi elementi contraddittori rispetto alla tesi, semplicistica e manichea, che vorrebbe il fascismo come un blocco reazionario monolitico, impegnato nella cieca repressone delle classi lavoratrici, ad esclusivo beneficio dell'egoistico interesse dei capitalisti.
Una di queste anomalie - una delle tante - è rappresentata dalla biografia di un uomo come Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni nel 1943, che spese la sua intera carriera politica all'interno del fascismo per tentare di realizzare le sue idee circa il corporativismo e la socializzazione delle grandi aziende; ma che, probabilmente, il grande pubblico ricorda principalmente perché fu l'unico, subito dopo la storica seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, a scrivere a Mussolini per ritirare il proprio voto all'ordine del giorno Grandi, lettera che giunse sulla scrivania del duce nel mattino successivo.
Quella lettera, che si potrebbe attribuire a un mero calcolo di sopravvivenza personale, fu, invece, quasi certamente, il risultato di una crisi di coscienza e di una riflessione politica approfondita, che portarono il suo autore a rendersi conto di come, sottoscrivendo l'ordine del giorno Grandi - che, di fatto, sfiduciava Mussolini -, egli avesse fatto involontariamente il gioco di quegli esponenti conservatori del regime, legati a doppio filo all'alta finanza e alla grande industria, i quali erano ben disposti a sacrificare il suo capo, e, se necessario, il regime stesso, pur di scongiurare la prospettiva delle socializzazioni e, al tempo stesso, di salvare le proprie posizioni di potere.
Di fatto, sia la ritrattazione di Cianetti, che la stessa manovra cospirativa di Grandi, Bottai e Ciano, furono vanificate dal colpo di Stato del re, il quale, facendo arrestare Mussolini e nominando Badoglio quale nuovo capo del governo, aprì ben altre e più drammatiche prospettive per la vicenda nazionale, culminate nella tragedia dell'8 settembre, nella occupazione tedesca dell'Italia e nello scoppio della guerra civile del 1943-45.
Ad ogni modo, l'avere scritto quella lettera fu, per Cianetti, la salvezza, perché lui solo si salvò dalla condanna a morte nel processo di Verona, cavandosela con una condanna a trent'anni di reclusione; in pratica decaduta con la fine della Repubblica Sociale. A quel punto, all'ex ministro delle Corporazioni non rimase altro che emigrare, prima che un tribunale della Repubblica democratica aprisse un procedimento a suo carico. Si stabilì in Mozambico, dove morì il 7 agosto 1976, all'età di settantesette anni: era nato ad Assisi il 20 luglio 1899, figlio di un colono morto quand'egli aveva solo sei anni, mentre sua madre era costretta a vendere la terra al proprietario.
È un peccato che le memorie di Tullio Cianetti non abbiano conosciuto una maggiore notorietà: sarebbero servite a correggere alcuni tenaci e interessati pregiudizi circa la storia del sindacalismo fascista e, più in generale, circa la politica sociale del fascismo.
Fra l'altro, esse aiutano a capire come, all'interno del sindacalismo fascista, esistesserlo delle forze autenticamente rivoluzionarie e antiborghesi, che potremmo benissimo definire «di sinistra», se la lunga egemonia culturale del Partito Comunista nella storia dell'Italia nel secondo dopoguerra non avesse posto il monopolio su questa espressione, avocandola unicamente ad uso dei comunisti e dei socialisti.
Non solo. Da esse emerge un sindacalismo fascista che mantiene una fitta rete di contatti e di scambi con i sindacati e con i governi di vari Paesi d'Europa, sia dell'Occidente «plutocratico» (Francia e Gran Bretagna), sia della Germania nazista, sia di alcuni Paesi dell'Europa centro-orientale dominati dallo strapotere degli agrari (Romania, Iugoslavia); e ciò, in larga misura, indipendentemente dalle linee ufficiali della politica estera fascista, rivelando tutta una rete di amicizie, anche personali, e di reciproca volontà di collaborazione, tra il fascismo e taluni gruppi e personalità della sinistra operaia europea.
Ne emerge un quadro inaspettato, molto diverso da quello, schematico e manicheo, cui siamo abituati dalla Vulgata storiografica dominante, secondo la quale tutto il mondo avrebbe guardato al fascismo, sin dall'inizio, come a un regime reazionario e antipopolare, con il quale non solo i governi degli Stati democratici, ma anche i sindacati e le masse lavoratrici d'Europa, non avrebbero voluto avere niente a che fare.
Fra l'altro, Tullio Cianetti (già combattente nella Grande Guerra fra i «ragazzi del '99» col grado di tenente), che nel 1921 era stato tra i fondatori del Fascio di Assisi e nel 1924 pare avesse ordinato il pestaggio di un proprietario terriero fascista, che aveva fatto licenziare alcuni contadini - durante la guerra di Spagna fu tra quanti si sentirono quasi più vicini ai repubblicani che ai franchisti; tanto è vero che, prima del 1936, aveva intrattenuto rapporti amichevoli con la Federazione Anarchica Iberica di Barcellona. Se la politica estera dell'Italia non avesse reso inevitabile l'alleanza con Franco, il sindacalismo fascista facente capo a Cianetti avrebbe probabilmente operato una scelta di campo diversa, rispetto al confitto civile spagnolo.
E non si dimentichi che quegli anarchici spagnoli, ai quali un certo fascismo di sinistra guardava con un certo interesse, almeno prima del 1936, sarebbero andati incontro, non a caso, alla spietata repressione staliniana del 1937 (con il volonteroso sostegno del Partito Comunista italiano): fatto che, già di per sé, dovrebbe far riflettere i sostenitori della semplicistica identificazione del fascismo come regime interamente reazionario, e del comunismo - sovietico e non - come ideologia democratica e libertaria.
Ha scritto lo stesso Tullio Cianetti nelle propri «Memorie» (in: Enrico Landolfi, «Rosso imperiale» (Chieti, Solfanelli Editore, 1992, pp. 108, 111):
«Il materiale di studio che viaggiò da e per l'Italia fu grande e dette a me e agli altri capi sindacalisti la possibilità di stabilire una serie di contatti che si rivelarono proficui e promettenti…a Parigi si curavano alcuni elementi della CGT i quali, pur manifestando una avversione per il fascismo politico, erano propensi a studiarne le realizzazioni sociali. A Londra era più difficile avvicinare la casta delle Trade Unions, ma io stesso, allorché ne 1938 visitai la capitale britannica, ebbi qualche contatto con deputati laburisti, giornalisti e uomini dell'economia. La battagliera deputatessa inglese Wilkinson, che mi ricevette molto cordialmente nella sua abitazione, probabilmente non avvertì il calore con cui le chiesi di visitare privatamente le organizzazioni operaie italiane. Né io potevo dirle in presenza di testimoni (fossero pure miei amici) quanto serie fossero le intenzioni dei sindacalisti italiani e le finalità che mi spingevano a cercare i contatti con i sindacalisti europei. A quei tempi mi fu di prezioso aiuto e consiglio un vecchio "gildista" inglese, che amo ricordare anche in questo momento in cui le posizioni si sono nettamente capovolte: Kurt Walter, ex laburista di estrema sinistra, vivente da molti anni a Bordighera. Egli conobbe da vicino e studiò a fondo l'organizzazione sindacale del fascismo e si adoperò per farla conoscere ai suoi connazionali. Un suo libro intitolato "La lotta di classe in Italia" ebbe grande fortuna in Inghilterra, perché disse la verità senza incensamenti ed ostilità preconcette.[…]
Se le preoccupazioni riflettenti l'equilibrio mediterraneo non fossero esistite, io non so con quali sentimenti genuini noi fascisti avremmo dovuto assistere allo sconvolgimento della Penisola Iberica. La Spagna ha pagato con un terribile bagno di sangue la mancata sua partecipazione alla prima guerra mondiale. Infeudato al clero ed alla alta borghesia, il popolo spagnolo ha covato per anni una irrequietezza che è esplosa non appena il Paese è venuto a trovarsi improvvisamente privato di quelle catene tradizionali che l'avevano tenuto in soggezione… Il settore sociale italiano sentì subito il disagio di dover conciliare nel proprio spirito le esigenze della politica estera nazionale con le proprie ideologie e tendenze. A distanza di anni e quando sono venuti meno i vincoli della riservatezza obbligata, si può osservare che, se i sindacalisti italiani nutrivano preoccupazioni ed ostilità per gli eccessi di Barcellona, non avevano molte simpatie per Burgos.»
Una delle ragioni della «damnatio memoriae» di Tullio Cianetti, crediamo, è stata anche la sua adesione alla politica razziale adottata dal fascismo dopo il 1938. Giustizia vuole, però, che si riconosca come pure altri personaggi - non solo della politica, ma anche della cultura - i quali aderirono al manifesto della razza, e sottoscrissero i provvedimenti antisemiti, riuscirono a riciclarsi, dopo il 1945, nel sistema della Repubblica democratica e antifascista. Viene perciò il dubbio che il vero motivo della condanna senza appello, che la storiografia italiana ha emesso nei suoi confronti, abbia la sua vera origine nella volontà di mascherare il fatto che il sindacalismo fascista fu un'esperienza discutibile fin che si vuole, ma che ebbe una sua dignità e una sua ideologia che non si appiattiva per niente sugli interessi delle classi reazionarie, ma che cercava sinceramente una «terza via» tra bolscevismo e capitalismo di rapina.
Il discorso sarebbe terribilmente di attualità, ai nostri giorni; ed ecco perché vale la pena di tornare a parlare di personaggi come Tullio Cianetti, che, se non costituirono mai il gruppo dirigente maggioritario del regime fascista, conservarono tuttavia una certa autonomia e si adoperarono reiteratamente nel senso di sollecitare quelle radicali riforme strutturali, che il programma economico-sociale di Piazza San Sepolcro aveva lasciato intravedere.
Lo storico Claudio Moffa (l'unico professore universitario italiano ad aver sdoganato il dibattito sul revisionismo dell'Olocausto, invitando due volte Robert Faurisson a tenere dei corsi per i suoi studenti), si è occupato della figura di Tullio Cianetti in una concisa ma ricca biografia a lui dedicata nel «Dizionario biografico degli Italiani illustri», di cui riportiamo la parte centrale (Roma, a cura dell'Istituto per la Enciclopedia Italiana, vol. 25, 1981, pp. 170-172):
«[…] il Cianetti criticò quanti concepivano "il fascismo come la reazione della borghesia sul proletariato (Arch. centrale dello Stato, Carte Cianetti, B1). Per lui, invece, il principio fascista della collaborazione fra le classi richiedeva una lotta su due fronti: da una parte contro "l'ubriacatura bolscevica", e dall'altra contro quei capitalisti "che del capitale si servono per basse speculazioni contro la Nazione.
A causa di questa sua posizione, il Cianetti restò presto un isolato, in mezzo a un quadro dirigente del fascismo umbro composto in massima parte di avvocati, medici, proprietari terrieri. La sua iniziale carriera politica risultò così assai movimentata: criticò aspramente la "Terni" in seguito ad alcuni licenziamenti; ma poi ricevette un compenso dalla direzione delle Acciaierie, che egli sostenne nella vertenza con il Comune per la nuova convenzione idroelettrica. Promotore di alcune battaglie contro quelli che definiva episodi di "degenerazione" del fascismo, il Cianetti venne presto additato come "bolscevico tricolore" e come massone.
Nei primi mesi del 1924, accusati di aver promosso una spedizione punitiva contro un agrario fascista che aveva sfratato alcuni coloni, subì un attentato. A giugno l'assassinio di Matteotti provocò in lui una crisi di coscienza: si dimise dalla Milizia volontaria perla Sicurezza nazionale, manifestò il proposito di costituire una organizzazione sindacale autonoma, e prese contatti con sindacalisti "rossi". Venne espulso, sembra, dal partito fascista. Rientrato nei ranghi, ebbe nuovi scontri con il fascismo locale (duello con il deputato fascista Passavanti), che lo costrinsero a dare le dimissioni il 20 giugno del 1925.
Legatosi strettamente a E. Rossoni, segretario della Confederazione dei sindacati fascisti in un clima generale che era sempre meno favorevole a qualsivoglia iniziativa sindacale (patto Vidoni del 1925, legge Rocco del 1926), il Cianetti ripeté in tutte le successive sedi l'esperienza umbra: :il suo sindacalismo venne sempre respinto e sconfitto dagli apparati fascisti locali. A Siracusa, dove rimase dall'agosto 1925 al marzo 1926 come segretario provinciale dei sindacati fascisti, venne accusato di favorire elementi "socialistoidi". Trasferito a Carrara, fu boicottato dalla Federazione fascista locale, di cui denunciò "l'affiatamento" con gli industriali. Fu lo stesso ministero delle Corporazioni, questa volta, ad ordinare a Rossoni di trasferire Cianetti a Messina (5 agosto 1927). Da questa città, di cui denunciò le "tante camorre", pubblicando fra l'altro un articolo "antiplutocratico" che gli costò un secco richiamo di Rossoni (Arch. Centr., carte C., B2), fu allontanato nel settembre 1928. Diresse quindi, ma come commissario, i sindacati di Treviso e Matera. A Treviso tornò il 26 aprile 1929, come segretario dei sindacati dell'agricoltura. Il 1931 segnò un salto nella sua carriera: il 18 febbraio veniva nominato commissario della Federazione nazionale dei sindacati dell'industria del vetro e della ceramica; iniziò intanto a collaborare con "Il lavoro fascista"; a luglio, in coincidenza con l'apertura delle trattative per il contratto dei marmisti di Carrara, diventò segretario della Federazione nazionale dei sindacati delle industrie estrattive.
Anche in tale veste fu protagonista di battaglie in nome di quello che egli riteneva essere il "vero" sindacalismo fascista, dalle quali usciva sostanzialmente sconfitto: scrisse una monografia su "la vertenza degli operai del marmo di Carrara, aspramente criticata dagli industriali del settore; si pronunciò contro l'aumento del prezzo del marmo, e a favore della concentrazione delle più di trecento imprese marmifere di Carrara; manifestò infine riserve verso il cosiddetto "sistema Bedaux", variante del taylorismo, che conobbe in questo periodo larga applicazione in tutta l'industria italiana. Ma queste sue iniziative caddero nel vuoto. Più tardi, nell'aprile 1932, di nuovo a Carrara, ebbe luogo una agitazione operaia contro una riduzione salariale del 20%, pattuita dal sindacato. E il Cianetti, inviato prontamente sul posto per calmare le acque, promosse una riunione di operai che servì ai fascisti per individuare, bastonare e licenziare i lavoratori che protestavano contro l'accordo (Acquarone, p. 545; Arch. Stato, carte Cianetti, B3).
Il 22 aprile 1933, un giorno dopo la firma di un secondo accordo nel settore marmifero per una nuova riduzione salariale del 12%, il Cianetti passò a dirigere i sindacati industriali di Torino: fu questa l'esperienza che gli aprì la strada alla carica di presidente della Confederazione nazionale sindacati fascisti italiani, il 15 gennaio 1934. In tale veste, mentre intraprendeva un'opera di riorganizzazione di alcune corporazioni, denunciando il pericolo di burocratizzazione e il carrierismo dei giovani (Acquarone, p. 228), firmò il 26 aprile 1934 un accordo con la Confindustria che prevedeva una ulteriore riduzione del 7% dei salari, e si pronunciò contro l'abolizione del cottimo, richiesta da alcuni sindacalisti fascisti […]
Questa sua sostanziale fedeltà alle direttive emanate dalle alte gerarchie del regime gli permise di continuare l'ascesa: già vicepresidente dell'Istituto di previdenza sociale, e dell'Istituto nazionale fascista per l'assistenza e per gli infortuni sul lavoro, membro del Consiglio di amministrazione del Banco di Roma, dopo essere entrato grazie al "plebiscito" del marzo 1934 nel Parlamento, il Cianetti venne nominato il 7 novembre dello stesso anno membro del Gran Consiglio del fascismo, carica che ricoprì fino al processo di Verona. Nel 1935, ancora presidente della C.N.S.F.I., rappresentò i sindacati fascisti alla Conferenza internazionale del lavoro di Ginevra. Poi, dopo una serie di viaggi all'estero (Inghilterra, incontro con gli emigrati, 1937; Iugoslavia, Romania, Germania, visite di Stato, 1939),il 21 luglio 1939 venne nominato sottosegretario di Stato al ministero delle Corporazioni.
Giunto ormai al culmine della carriera, negli anni '35-'43, il Cianetti abbandonò quasi del tutto ogni contestazione sul terreno specificatamente sindacale, per collocarsi sul piano politico generale lungo due direttrici principali, che ispirarono la sua azione e la sua intensificata attività pubblicistica […], una politica estera di carattere oltranzista e bellicista, intesa come strumento di "emancipazione" della "grande proletaria": e, in questo quadro, il Cianetti sostenne l'impresa coloniale etiopica, da lui definita "la più rumorosa manifestazione di lotta di classe proiettata sul piano internazionale" (Carte Cianetti, B5),opponendosi, assieme a Farinacci, all'accettazione del piano Laval-Hoare (dicembre 1935); esaltò l'alleanza con la Germania nazista, criticando i suoi poco convinti assertori in Italia; e professò apertamente il razzismo antiebraico nei suoi discorsi ufficiali successivi al 1938.»
Entrata l'Italia nella seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, Cianetti, coerentemente con le posizioni espresse in numerosi articoli e discorsi in quest'ultima fase della sua carriera politica, salutò l'evento come l'inizio di una guerra di popolo, rivoluzionaria nella sua essenza: la più necessaria delle guerre rivoluzionarie, avente per obiettivo l'instaurazione di un ordine sociale più giusto a livello mondiale.
Nel 1943, in seguito a un rimpasto ministeriale e alle dimissioni, per malattia, del nuovo ministro designato, Tiengo, Cianetti salì alla carica di ministro delle Corporazioni e, in tale veste, ebbe in sorte di fronteggiare le prime agitazioni operaie del Nord Italia, verificatesi nel marzo di quell'anno. Pur essendo sempre stato un fascista di sinistra, non sfuggì, in almeno una occasione, ad una clamorosa contestazione da parte dei lavoratori, tanto che dovette fuggire sotto le sassate di un gruppo di operaie.
Ormai il regime stava franando, e Cianetti si convinse che l'unica maniera per puntellarlo era quella di ritornare alle origini sociali del movimento fascista, antiborghesi e anticapitaliste; e fu in tale prospettiva che cercò di svolgere opera di persuasione presso Mussolini.
In particolare, egli si sforzò di persuadere il titubante dittatore della necessità di affrettare la socializzazione delle grandi aziende (programma che sarà ripreso, e parzialmente realizzato, all'epoca della Repubblica Sociale Italiana). Pare che fosse stato stabilito di portare la decisione in sede di Gran Consiglio del fascismo, per il mese di agosto: se ciò è vero, molte cose diverrebbero chiare circa i retroscena del complotto del 25 luglio 1943 (cfr. il nostro precedente articolo: «Fu il progetto di socializzare l'economia italiana a provocare la crisi del 25 luglio 1943?», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).
In particolare, giusta l'interpretazione dello storico Enrico Landolfi, diverrebbe chiaro il ruolo giocato da Casa Savoia quale garante degli interessi delle classi dirigenti, e specialmente della grande industria, dal momento che già un intervento di Vittorio Emanuele III era valso, prima del 25 luglio, a bloccare la candidatura dello stesso Cianetti alla carica di segretario del Partito Nazionale Fascista (carica poi andata a Carlo Scorza). Il che, fra l'altro, la dice lunga su quanto pesasse la volontà del re, anche nei più delicati assetti interni del fascismo: cosa che smentisce clamorosamente le tesi della Vulgata storiografica democratica, secondo la quale Vittorio Emanuele III sarebbe stato, per vent'anni, una sorta di ostaggio del fascismo, o, quanto meno, sarebbe stato isolato dai centri del potere effettivo e relegato in un ruolo puramente di rappresentanza.
Ha scritto Enrico Landolfi nel suo saggio «Tullio Cianetti. Un gerarca interlocutore della sinistra democratica e libertaria» (nel già citato «Rosso imperiale, pp. 111-113):
«Nell'aprile del '43, quando si trattò di sostituire alla segreteria del partito il giovanissimo Aldo Vidussoni triestino, mutilato, medaglia d'oro della guerra di Spagna nel carnet di Mussolini non figurava il nome di Carlo Scorza, bensì quello di Tullio Cianetti. L'intervento in extremis di Ciano e Farinacci impedì in extremis una nomina tanto caratterizzata a sinistra; ma a bloccare la presa del potere nel PNF dei "comunisti" cianettiani, contribuì, in modo certo determinante, il Quirinale, che fece notare al duce sembra con un personale pronunciamento del re, la "inopportunità e pericolosità" di una designazione del genere, anche perché i cianettiani erano partecipi non soltanto dei sindacati e delle corporazioni, ma perfino del pur accantonatissimo Gran Consiglio del Fascismo, rappresentati da uomini quali Rossoni, Pareschi e Gottardi (di altri non sappiamo, non ci sentiremmo però di escludere presenze ulteriori), tutti venticinqueluglisti e condannati a morte con sentenza eseguita sugli ultimi due per non aver ottemperati al suggerimento del ministro delle corporazioni di inviare a Mussolini una lettera di ritrattazione di un voto giudicato, dopo essere stato espresso, "di destra".
Come si vede, i Savoia, lungi dall'essere emarginati dal Littorio secondo quanto si pretende ancora oggi in sede storica, contavano tanto da potersi permettere veti efficaci relativamente a questioni di grande momento interne al partito dominante. Da rilevare che alcune settimane successive alla investiture di Scorza il capo del fascismo, irritato per tutta una serie di iniziative del segretario da lui non condivise, decise di opera - sempre con Cianetti - un nuovo cambio della guardia a Palazzo Wedekind - ma poi ritenne operazione ad altissimo rischio un braccio di ferro col sovrano, per l'occasione certo spalleggiato da settori moderati, di destra, "prudenti" del partito, mentre la situazione militare lambiva le sponde della tragedia e quella interna si appesantiva via via che trascorrevano i giorni.
Tuttavia, per controbilanciare la battuta d'arresto Mussolini non solo confermò l'uomo di Assisi alla testa del ministero corporativo ma accettò la sua idea di approntare immediatamente un progetto di socializzazione delle aziende, e in particolare di quelle grandi. Traguardo d realizzazione: l'ottobre (forse il giorno ventotto, anniversario della Marcia su Roma) Cianetti insistette per accorciare i tempi, motivando ciò con la necessità di fare presto per non dare tempo alle forze conservatrici, quelle sociali non meno di quelle politiche, di passare al contrattacco per paralizzare o insabbiare il disegno socializzatore. Il duce accettò le obiezioni e si impegnò a varare l'operazione in un Consiglio dei Ministri di agosto.

Ovviamente, il siluramento del capo del regime mandò tutto a monte, e - a giudizio di alcuni autorevoli esponenti politici e sindacali di allora, da noi interrogati anni or sono - non è affatto da escludere che il colpo fosse diretto anche contro la socializzazione, tanto più che niente vietava di immaginare che questa ristrutturazione spiccatamente rivoluzionaria fosse da collegare, in qualche modo, ai tentativi di Mussolini di indurre la Germania ad una pace separata con la Russia per concentrare tutte le energie dell'Asse contro il blocco occidentale. Egli, infatti, sempre più insisteva con il suo omologo e "dirimpettaio" di Berlino - parole buttate al vento - sui contenuti anticapitalistici e antiborghesi dell'alleanza tripartita italo-nippo-germanica. Naturalmente, la strategia delle componenti conservatrici del Reich era, casomai, esattamente l'opposto: mirava, cioè, alla pace separata con gli anglo-americani per stroncare le tendenze rivoluzionarie all'interno e ricacciare l'Urss nell'isolamento.
Sembra, quindi, che il voto del 25 luglio abbia avuto - quanto meno nelle intenzioni di alcuni dei promotori interni ed esterni al fascismo , anche un obiettivo reazionario. Certo, Cianetti deve aver pensato questo allorché, tornato a casa dopo la seduta del Gran Consiglio, scrive a Mussolini lka lettera di ritrattazione e, il giorno dopo, tenta vanamente di indurre gli amici - anche più critici di lui verso il Numero Uno e il suo stile di direzione - a seguirlo nella sua iniziativa di passaggio nel campo della minoranza.»
Riassumendo.
Tullio Cianetti fu sempre un personaggi tenace e battagliero, che si sforzò di imporre la propria linea sociale di sinistra all'interno del fascismo, e che sempre venne sconfitto, emarginato, perfino denigrato e allontanato.
Dotato di coraggio, anche fisico (sfide a duello) e di infaticabile energia, non si arrese e continuò a battersi per contrastare la linea sindacale conservatrice all'interno del partito, riuscendo a creare una specie di corrente che si riconosceva nelle sue idee e che, attraverso gli «osservatori sociali» (una figura istituzionale voluta da Cianetti), sparsi da New York a Budapest, da Londra a Rio de Janeiro, da Parigi a Madrid, teneva proficui rapporti di studio e, in parte, di collaborazione, con i movimenti sindacali di tutto il mondo.
C'è da chiedersi quanto sarebbe stata rapida, se non addirittura folgorante, la carriera politica di Cianetti, se egli non fosse rimasto coerente sulle proprie posizioni sindacali e sociali fino al principio degli anni Trenta, attirandosi l'inimicizia e, di conseguenza, l'ostracismo dei maggiorenti del partito. Sta di fatto che, dopo il 1932, egli cominciò ad allinearsi con le direttive dei vertici del regime, il che gli consentì una rapida ascesa fino alle più alte cariche del partito, compresa quella di membro del Gran Consiglio.
Bisogna comunque essere cauti nel sospettare questa svolta, se svolta vi fu, come motivata da semplice opportunismo, specialmente alla luce dell'azione politica svolta da Cianetti nei pochi mesi che lo videro alla carica di ministro delle Corporazioni, nel 1943, intesa a convincere Mussolini a riprendere un rigoroso programma sociale anticapitalista e antiborghese (il che era la logica conseguenza dell'individuazione della guerra italiana come guerra «proletaria» contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, come bene aveva visto un intellettuale coerente e rigoroso quale Berto Ricci, e non tanto contro l'Unione Sovietica).
Si potrebbe supporre, pertanto, che, al principio degli anni Trenta, Cianetti si sia apparentemente allineato alle posizioni conservatrici del regime, allo scopo di accedere alle cariche più importanti, dalle quali esercitare una pressione più efficace su Mussolini; e questo, dopo essere giunto alla conclusione che la sua donchisciottesca battaglia solitaria era stata sostanzialmente inutile, e tale sarebbe rimasta, finché egli non fosse riuscito ad arrivare nella «stanza dei bottoni».
Ma che Cianetti non fosse il solito gerarca cinico e privo di ideali, come quelli che ci vengono solitamente descritti dalla Vulgata storiografica; che egli avesse una dignità intellettuale e che fosse un personaggio umanamente dignitoso - nel quadro, s'intende, di un regime dittatoriale, che non è paragonabile ad una democrazia rappresentativa - esistono diversi episodi della sua biografia che stanno a testimoniarlo.
Abbiamo già visto l'accenno di Claudio Moffa ad una sua crisi di coscienza, verificatasi all'epoca del delitto Matteotti (e che non fu un episodio unico nel quadro del sindacalismo fascista; anche se, ovviamente, bisogna poi sceverare le crisi autentiche dalle pure e semplici strategie di sopravvivenza, nella prospettiva di una possibile caduta del regime).
In quella circostanza, Cianetti si spinse molto più in là della generica deprecazione del delitto - che, comunque, attribuiva a personalità del regime, contrariamente alla versione «ufficiale» del governo -, fino al punto da prendere contatti con quel che restava dei sindacati «rossi», in vista di una rinnovata azione sindacale post-mussoliniana.
Ha scritto in proposito Ferdinando Cordova, autore del fondamentale studio «Le origini dei sindacati fascisti» (Bari, Laterza, 1974, pp.267-68):
«Tullio Cianetti, fiduciario per la zona di Terni, si dimise dalla milizia e corsero perfino voci di suoi accordi segreti, al fine di dare al movimento sindacale la impronta delle cessate organizzazioni rosse e di realizzare il passaggio del sindacato nella Confederazione generale del lavoro. Fatto si è, secondo un informatore [Segreteria del duce, carteggio riservato], che "fu visto in compagnia di elementi dell'opposizione e del sovversivismo locale, propalò l'imminenza della caduta del Governo e addebitò ad alti gerarchi la responsabilità indiretta del delitto Matteotti".
I provvedimenti presi dal regime a suo carico furono l'esonero dai ruoli della Milizia e l'espulsione dai sindacati; misura, quest'ultima, che venne in seguito revocata, grazie all'intervento di alcuni importanti personaggi a lui favorevoli (Rossoni?). In ogni caso, nel 1925 - come si è visto - Cianetti venne spedito a Siracusa, per assumere la carica di segretario provinciale dei sindacati, e dove trovò ancora il modo di inquietare i gerarchi locali, facendosi nuovamente allontanare.
Non ci sembra la biografia di un cinico opportunista; ma, qualche che sia il giudizio che si voglia dare sulle sue idee sindacali e politiche, e in parte sui suoi stessi metodi, che episodi come questo stiano a mostrare chiaramente che si trattava di una personalità capace di pensiero autonomo e disposta a pagare il prezzo delle sue frequenti e talvolta azzardate insubordinazioni nei confronti del regime. Il tutto, sempre nell'ottica - criticabile fin che si vuole, ma sincera - che il fascismo «vero» non fosse quello, reazionario e filo-capitalista, verso il quale il regine si stava avviando, ma quello rivoluzionario e di sinistra delle origini.
di Francesco Lamendola
Fonte: Arianna Editrice
Tullio Cianetti 
(Assisi, 20 agosto 1899 – Maputo, 8 aprile 1976)
Rimasto orfano di padre a sei anni, intraprese la carriera militare e prese parte con gli altri ragazzi del '99 alla Prima guerra mondiale, in cui venne marginalmente ferito ad una gamba. Rimasto per qualche tempo nell'esercito, nel 1918 venne nominato tenente, grado che conservò fino al 21 marzo del 1921, giorno in cui decise di diventare istruttore presso il convitto nazionale "Principe di Napoli" di Assisi.
Aderì al Partito Nazionale Fascista (PNF) ed il 10 aprile, sempre del 1921, fondò il Fascio di Assisi, di cui divenne presidente l'anno seguente. Nel 1922 prese parte alla Marcia su Roma e nel frattempo fece carriera come sindacalista fascista fino a diventare, nel 1924, a Terni, il principale punto di riferimento della Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali fasciste in Umbria. Il 20 giugno di quell'anno, dieci giorni dopo il delitto Matteotti, si dimise dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN).
Nel giugno del 1925, dopo aver sfidato a duello Elia Rossi Passavanti al quale aveva rivolto pesanti accuse di acquiescenza verso soggetti di dubbia fede fascista e di "precedenti morali discutibilissimi", fu prontamente inviato a Siracusa, dove rimase sino al marzo dell'anno successivo. Da qui scrisse ad Edmondo Rossoni, allora principale esponente del sindacalismo fascista, il suo disappunto perché i deputati Leone Leone e Ruggero Romano facevano pressioni per mettere a capo dei sindacati persone "di fiducia di... qualcuno", in luogo di rappresentanti delle categorie, mentre "questa gente vuol essere liberata dalle cricche locali". Era il periodo delle riforme fasciste in materia di lavoro: la legge 3 aprile 1926, n. 563, delegava il sindacato fascista ad unico rappresentante dei lavoratori per la stipula dei contratti collettivi di lavoro, mentre l'anno successivo sarebbe stata varata la magistratura del lavoro e sarebbero seguite innovazioni come il trattamento di fine rapporto e il diritto alle ferie.
Presto inviato a dirigere il sindacato di Carrara, nel 1927 Cianetti manifestò a Rossoni (con il quale il rapporto era divenuto molto stretto) la sua preoccupazione circa la locale Corporazione dell'Industria(principalmente incentrata sul settore del marmo): si sarebbe trattato, disse Cianetti, di una componente forcaiola e reazionaria la quale, oltre ad avere le sue riunioni presiedute dal federale del partito, puntava ad aumentare l'orario di lavoro ed abbattere i salari, malgrado i recenti aumenti del prezzo del marmo. Pochi giorni dopo il vice segretario nazionale del partito, Renato Ricci, intimò a Rossoni di trasferirlo poiché dannoso al delicatissimo organismo politico della provincia. Le resistenze di Cianetti furono vinte da Giuseppe Bottai, che lo fece definitivamente rimandare al Sud. Cianetti ricordò in seguito l'allontanamento come un fatto positivo, poiché lo sottraeva dal clima di una provincia dominata dai ras. A Messina, sua nuova destinazione, giunse il 5 agosto 1927. Anche da qui inviò corrispondenza a Rossoni (raccolta nell'Archivio Centrale dello Stato) denunciando le "tante camorre" e scrivendo un articolo anticapitalista che gli fece ottenere un richiamo dal suo nume tutelare.
Puntuale giunse il trasferimento, nel settembre 1928: reggenza come commissario del sindacato di Treviso. Da qui, con lo stesso ruolo, a Matera. Poi il 26 aprile 1929 di nuovo a Treviso, stavolta come segretario dei sindacati dell'agricoltura.
La sua avversione non solo al comunismo ma anche al capitalismo lo costrinse ad un certo isolamento all'interno del PNF, ma non gli impedì di diventare uno dei sindacalisti più importanti del Ventennio. Cianetti è considerato molto vicino alle posizioni anticapitaliste del filosofo Ugo Spirito sulla corporazione proprietaria come fusione di capitale e lavoro nella nazionalizzazione dell'industria.
Secondo Moffa, per Cianetti "il principio fascista della collaborazione fra le classi richiedeva una lotta su due fronti: da una parte contro "l'ubriacatura bolscevica", e dall'altra contro quei capitalisti "che del capitale si servono per basse speculazioni contro la Nazione".
Il 18 febbraio 1931 divenne commissario nazionale della federazione nazionale dei sindacati dell'industria del vetro e della ceramica. Pochi mesi dopo divenne segretario della federazione nazionale dei sindacati delle industrie estrattive e cominciò a scrivere per la testata di Luigi Fontanelli Il lavoro fascista, nella quale criticò aspramente il "sistema Bedaux", una gestione del cottimo operaio mediantecronotecnica, di impronta taylorista, che stava velocemente prendendo piede in molti settori economici.
Il 22 aprile 1933 giunse a Torino a dirigere i sindacati del settore industria.
Il 1934 fu l'anno della sua definitiva affermazione:
 Il 15 gennaio divenne presidente della C.N.S.F.I., Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti Italiani, ed entrò a far parte del Gran Consiglio del Fascismo.
Il 25 marzo, con la consultazione nota come "secondo plebiscito", fu eletto deputato.
 Il 26 aprile sottoscrisse con la Confindustria un accordo per effetto del quale i salari degli operai venivano ridotti del 7% (decurtazione che ne seguiva altre due influenzate dagli industriali marmieri di Carrara; allo stesso tempo si dichiarò contrario alla proposta di alcuni altri sindacalisti di vietare il sistema Bedeaux, che venne poi ufficialmente abolito proprio quell'anno..
Il 21 luglio fu nominato da Benito Mussolini sottosegretario di Stato al Ministero delle Corporazioni, di cui nel febbraio 1943 sarebbe divenuto ministro dopo averne da tempo assunto l'interim ed il controllo di fatto a causa delle condizioni di salute del titolare.
Cianetti era inoltre vicepresidente dell'Istituto nazionale fascista per l'assistenza e per gli infortuni sul lavoro e dell'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, e delegato nel consiglio di amministrazione del Banco di Roma.
 Nel 1937 si recò in Germania, dopo il viaggio di Galeazzo Ciano e prima di quello che Mussolini avrebbe compiuto in settembre. A Cianetti fu intitolata la sede di un dopolavoro per gli operai della fabbrica Volkswagen di Wolfstein, in onore degli accordi da lui negoziati ed appena stipulati con Robert Ley, leader del Deutsche Arbeitsfront.
Il senso del trattato stipulato pare fosse quello di sviluppare una sorta di "turismo di massa" del ceto operaio e per consentire l'emigrazione in Germania di un gran numero di lavoratori italiani; gli accordi avevano anche lo scopo accessorio, ma non meno cruciale, di creare un'alternativa al Bureau International du Travail di Ginevra, che sosteneva politiche sociali molto diverse da quelle dei due regimi.
L'accoglienza internazionale dell'accordo, nonostante quest'ultimo aspetto di marcata differenziazione da altre tendenze più diffuse, non fu negativa: in una corrispondenza la rivista statunitense Time parlò apertamente di una "Fascist Labor International", aprendo l'articolo con la sottolineatura che in Italia il tetto delle 40 ore settimanali era stato stabilito due anni prima che in Francia.
Nel 1938 Cianetti convocò Eugenio Curiel, esponente dell'antifascismo clandestino che stava attivandosi per l'infiltrazione comunista presso i Gruppi Universitari Fascisti (GUF) ed il sindacato dei poligrafici. L'incontro fu reso noto, almeno per quanto riguarda alcuni dettagli, nel 1979 da Ettore Luccini, amico di Curiel ed impegnato nella stessa azione di proselitismo; l'episodio rileva in quanto a posteriori si era sospettato, ossia che qualche doppiogiochista avesse fornito al regime informazioni con le quali sarebbero stati arrestati diversi antifascisti, tra cui lo stesso Curiel, a Trieste. Il sospetto giungeva a dubitare di un eventuale "cedimento" di Curiel, con una polemica che si tenne sui giornali sul finire degli anni settanta e coinvolse Paolo Spriano su L'Unità e Giorgio Amendola su Rinascita, interessandosene anche altre testate come L'Espresso.
Secondo la sua precisazione, Luccini si era recato con l'amico all'incontro-convocazione col sindacalista viceministro, sebbene ad un certo punto Cianetti sia rimasto da solo a solo con Curiel per confidargli - così Luccini dice di averne appreso in serata - di essere informatissimo sui movimenti di infiltrazione e sulle attività comuniste all'estero
 Ciò sarebbe confermato anche da una testimonianza, anch'essa de relato, resa da Francesco Loperfido il quale affermò che Curiel gli avrebbe raccontato che Cianetti conosceva dettagliatamente nomi e recapiti delle sedi all'estero del PCI.
Nello stesso 1938 visitò Londra, alla ricerca di contatti con i locali sindacati, che nelle sue Memorie avrebbe definito "casta delle Trade Unions", mentre intesseva rapporti anche con la francese Confédération Générale du Travail; aveva del resto sparso ai quattro angoli del globo suoi "osservatori sociali" che lo aiutavano nelle relazioni con gli altri sindacati.
La funzione sindacale non fu immune dalle azioni di propaganda del regime; il 5 gennaio 1939 Ciano annotò nei suoi diari di aver richiesto a Cianetti di dare alla propaganda antifrancese presso gli operai "un sapore sociale", sottolineando che la Francia era "lo Stato borghese, difensore dei privilegi borghesi".
A seguito degli scioperi del marzo e aprile 1943 a Milano e Torino denunciò le infiltrazioni comuniste, ma sostenne la richiesta di aumenti salariali per i lavoratori.
Secondo Enrico Landolfi, Cianetti fu ad un passo dalla segreteria del PNF in sostituzione di Aldo Vidussoni, nell'aprile del 1943, ma ne sarebbe restato escluso per intervento di Ciano e Farinacci nonché, dice lo studioso, del Quirinale. A giugno Cianetti propose a Mussolini un decreto legge di gestione speciale delle imprese di particolare importanza bellica, che includeva la designazione di un terzo degli amministratori e di un sindaco da parte della Confederazione dei lavoratori; il provvedimento fu bocciato dalla parte più conservatrice del governo, tra cui il ministro di Grazia e giustizia, e Mussolini, inizialmente favorevole, promise a Cianetti che lo avrebbe firmato in autunno.
Il 25 luglio del 1943, aderendo alla sollecitazione di Ciano inviatagli per il tramite di Zenone Benini, Cianetti votò a favore dell'ordine del giorno Grandi, che costrinse il Duce alle dimissioni e ne causò l'arresto. Secondo alcuni studiosi, Cianetti dovette essere convinto da Grandi che l'ordine del giorno non fosse che un espediente per costringere il re a condividere con il Duce le responsabilità negative della presagibile catastrofe bellica; insieme a Giacomo Suardo, Cianetti sarebbe stato estremamente indeciso ed intenzionato a ritirare l'appoggio verbale già dato alla proposta, ma Bottai riuscì a convincerlo, mentre Suardo si astenne. Il giorno dopo Cianetti scrisse a Mussolini una lettera nella quale si dichiarava pentito del voto espresso.
I gerarchi che si erano espressi a favore della mozione Grandi furono poi arrestati per essere processati da un tribunale della Repubblica Sociale Italiana (RSI): Cianetti fu preso a Zagarolo il 13 ottobre ed al momento della cattura si mise a ridere convinto si trattasse di un errore. La sua lettera di ritrattazione nel frattempo si era persa e, prima che iniziasse il processo di Verona, era stato Mussolini stesso a confermare di averla ricevuta. Difeso dall'avvocato Arnaldo Fortini, suo amico personale e già podestà di Assisi, la lettera gli salvò la vita: riconosciuto colpevole, gli furono riconosciute le attenuanti generiche e fu condannato a trenta anni di carcere, mentre tutti gli altri imputati furono condannati a morte: 5 fucilati (Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi, Luciano Gottardi, Emilio De Bono e Galeazzo Ciano) e gli altri 13, condannati in contumacia.
La carcerazione gli impedì di partecipare alla Repubblica Sociale Italiana, in cui avrebbe visto attuato il programma sociale da lui più volte auspicato, ma al termine della quale avrebbe probabilmente trovato la morte.
Alla Caduta della Repubblica Sociale Italiana il 25 aprile 1945 fu trovato in carcere e liberato dagli americani, al fine di evitare eventuali processi e condanne, si rifugiò in Mozambico dove riuscì per lungo tempo a far perdere le sue tracce.
Analisi recenti tendono ad isolare nel fenomeno fascista una componente apertamente definita di sinistra, nella quale Cianetti è regolarmente incluso. Ad esempio, oltre a Moffa che tale lo definisce nella voce dedicatagli nel Dizionario biografico degli italiani (Istituto dell'Enciclopedia Italiana), Giuseppe Parlato lo ha inserito in un lungo elenco di esponenti del fascismo accomunati da un forte e consapevole spirito antiborghese e da una polemica contro il modello capitalistico di produzione.  Per Parlato, Cianetti fu "senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l'aspetto sociale"
Fu però filotedesco e la sua posizione nei confronti della politica razziale fu diversa da quella degli altri fascisti di sinistra, che se ne erano tenuti discosti.